RICOSTRUZIONE – Dieci anni dopo il terremoto che ha sconvolto l’Appennino centrale, la ricostruzione entra in una fase decisiva. I numeri raccontano un’accelerazione importante, ma dietro cantieri, finanziamenti e opere pubbliche resta la sfida più complessa: ricostruire le comunità, riportare famiglie nei territori più colpiti e impedire che le case tornino a vivere senza però ritrovare intorno a sé una popolazione stabile. È il quadro tracciato dal commissario straordinario per la ricostruzione Guido Castelli, intervistato da MaNews ad Ascoli Piceno.
Secondo gli ultimi dati ufficiali, nel cratere del sisma 2016 la ricostruzione privata conta circa 9.500 cantieri in corso e oltre 14.500 interventi già conclusi, mentre sono stati concessi più di 12,6 miliardi di euro. Numeri che raccontano una fase diversa rispetto ai primi anni dopo il terremoto.
«Dieci anni dal terremoto, ma la ricostruzione è partita molto dopo – sottolinea Castelli –. Nei primi quattro o cinque anni le cose non sono andate come dovevano andare». Secondo il commissario, il successivo cambio di passo è arrivato attraverso una revisione delle procedure e una maggiore collaborazione tra i diversi livelli istituzionali. Il risultato, spiega, è una crescita significativa dei cantieri e delle famiglie rientrate nelle proprie abitazioni. Un’accelerazione che la struttura commissariale continua a indicare come uno degli elementi centrali della fase attuale della ricostruzione.
ARQUATA, IL CASO PIÙ COMPLESSO
Ma la ricostruzione non procede allo stesso modo in tutto il cratere. Le conseguenze del sisma sono state profondamente diverse da territorio a territorio e nei Comuni più devastati il percorso rimane particolarmente lungo.
Tra gli esempi citati da Castelli c’è Arquata del Tronto, uno dei simboli del terremoto nelle Marche. «Nei luoghi più devastati oggi facciamo cose che dovevano essere fatte almeno quattro o cinque anni fa», afferma il commissario, spiegando che ad Arquata si sta lavorando anche sulla ricostruzione delle fondazioni del centro storico.
Un intervento complesso, che secondo Castelli richiederà ancora diversi anni. L’obiettivo è creare una base strutturale capace di garantire maggiore sicurezza e consentire successivamente ai privati di concentrarsi soprattutto sulle finiture degli edifici.
Il messaggio è quindi rivolto soprattutto alle comunità ancora lontane dal rientro: la ricostruzione è partita, ma nei luoghi più colpiti i tempi rimangono inevitabilmente lunghi. «Dobbiamo mantenere alta la concentrazione ed evitare di perdere altro tempo. Siamo sopra tutti coloro che, ditte, operatori e tecnici, devono fare concretamente la ricostruzione».
NON BASTA RICOSTRUIRE LE CASE
La domanda più difficile, però, riguarda ciò che accadrà dopo la conclusione dei cantieri. «Come dobbiamo fare per allontanare il rischio che le case, una volta ricostruite, rimangano vuote?».
Castelli individua qui una questione che va oltre il terremoto: quella dello spopolamento delle aree interne. La ricostruzione materiale, secondo il commissario, deve quindi essere accompagnata dalla creazione di opportunità economiche, servizi, infrastrutture e condizioni che rendano conveniente rimanere.
Il programma Next Appennino, finanziato con 1,78 miliardi di euro, nasce proprio con questa impostazione: non soltanto ricostruire edifici, ma sostenere imprese, innovazione, turismo, cultura, infrastrutture, servizi digitali e rigenerazione urbana. «Il nostro obiettivo è evitare un’ulteriore emorragia demografica», spiega Castelli. L’idea è creare le condizioni perché un giovane che vive nel cratere possa guardare al proprio territorio non come a un luogo dal quale partire necessariamente, ma come a uno spazio nel quale costruire il proprio futuro.
«IL CRATERE DEVE DIVENTARE UN LABORATORIO»
È questa la filosofia che la struttura commissariale ha associato alla cosiddetta “riparazione”: ricostruire le abitazioni, ma contemporaneamente intervenire sull’economia e sulla struttura sociale dei territori.
L’obiettivo dichiarato è trasformare il cratere in un laboratorio nazionale di sviluppo delle aree interne. Il Rapporto 2026 parla infatti di una ricostruzione sempre più integrata con sicurezza, rigenerazione urbana, innovazione, lavoro, crescita economica e contrasto allo spopolamento. «Prima di andarsene uno deve pensarci», sostiene Castelli, indicando nella bellezza dei paesaggi, nei servizi e nelle nuove opportunità economiche alcuni degli elementi sui quali costruire la permanenza delle comunità.
Non si tratta dunque soltanto di restituire le case, ma di fare in modo che quelle case tornino ad essere parte di paesi abitati, produttivi e vissuti.
«CON LE POLEMICHE NON SI VA AVANTI»
Nella parte finale dell’intervista, Castelli richiama anche il ruolo della comunicazione nel percorso della ricostruzione. Un processo complesso nel quale possono emergere ritardi, problemi nei cantieri o difficoltà legate a imprese e professionisti. «La ricostruzione è una cosa complicata e difficile – osserva –. Una ditta che ferma i lavori, un tecnico che magari non fa il proprio lavoro: come in ogni professione ci sono quelli bravi e quelli meno bravi».
Per il commissario, mantenere un confronto costante con cittadini e territori serve anche a preservare il rapporto tra istituzioni e comunità. «La comunicazione serve a evitare che si possa rompere quella serenità istituzionale che da un po’ di tempo sta contraddistinguendo la ricostruzione».
Il messaggio conclusivo è quindi quello di un percorso ancora lungo, ma nel quale il commissario rivendica un cambio di passo rispetto agli anni iniziali: molto è stato fatto, molto resta da fare e la sfida finale sarà trasformare la ricostruzione materiale in una vera rinascita dei territori dell’Appennino centrale.
