Palazzo Leopardi svela tesori nascosti: scoperti affreschi di fine XVI secolo

RECANATI – Un passato antico di cinque secoli torna alla luce mostrando la sua bellezza per arricchire la storia della Biblioteca di Palazzo Leopardi a Recanati. Le mura del “paterno ostello”, dopo un accurato lavoro di recupero, hanno infatti rivelato decorazioni pittoriche della fine del Cinquecento rimaste nascoste per centinaia di anni.

Una restituzione importante da cui ha preso forma la Sala degli Antichi, un rinnovato spazio che valorizza il percorso di visita della Biblioteca. Un’apertura che consente ai visitatori di ammirare da vicino un ambiente restituito alla sua originaria identità storica e artistica.

“Da sempre la nostra famiglia persegue la missione della salvaguardia dei luoghi amati e abitati da Giacomo; quelli in cui ha sognato, studiato, immaginato, poetato e vissuto gli anni che gli furono più dolci. – Spiega la contessa Olimpia Leopardi, discendente del Poeta –  In quest’ottica, ma senza aspettarci in principio nulla di straordinario, abbiamo deciso di intervenire con un importante lavoro di ripristino murario in quella che, dal 1898 era comunemente nota come “Sala dei manoscritti”.  Il nome deriva dal fatto che Giacomo Leopardi (l’omonimo nipote del Poeta) l’ha ampliata, modificata e arredata con il gusto dell’epoca per celebrare la grandezza dello zio, esponendo in quello spazio copie di manoscritti leopardiani e prime edizioni. Le case antiche riservano sempre sorprese, nel bene e nel male. La scoperta che oggi abbiamo il piacere di condividere con il pubblico è una di quelle che fanno venire brividi di meraviglia nel momento in cui si inizia a intravederne il potenziale e a sperare che non sia solo un’illusione. Quando, nel 2024, demmo il via ai lavori, come da prassi, iniziammo facendo dei saggi sulle pareti; che sotto la pittura più recente ci fosse un semplice decoro ottocentesco lo sapevamo già ed era nostra intenzione, in accordo con la Soprintendenza, riportarlo alla luce per restituire alla sala la dignità che aveva perso con le sovrammissioni successive. Quello che invece non potevamo immaginare era di imbatterci in nuovi colori, tanto brillanti quanto inattesi: con estrema cura e pazienza avviammo il lavoro di scopritura, per capire se veramente fossimo davanti a qualcosa di leggibile o se fossero solo mere tracce di antiche decorazioni; un lavoro che ha lentamente cominciato a mostrarci qualcosa che sembrava anelasse a vedere la luce. Il restauro è fatto di bisturi, scalpellini, consolidamenti continui e tempi di posa e asciugatura: un lavoro accuratissimo ma lento, che non consente impetuosi balzi in avanti. Oggi la lunga attesa è finalmente terminata ed è stata ampiamente ripagata dal prezioso e inaspettato dono che ci hanno fatto “queste avite mura””.

Grazie ad un lungo e accurato lavoro di recupero durato due anni e reso necessario da un intervento di consolidamento murario di uno degli ambienti della biblioteca di Palazzo Leopardi, sono emersi sotto uno strato di ridipinture successive due livelli di intonaco dipinto a mezzo fresco. Il più antico risale agli inizi del Cinquecento e presenta una decorazione a imitazione di un tessuto damascato; il più recente, da collocarsi fra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, propone un elaborato impianto decorativo eseguito da una equipe di pittori locali.

L’intervento di restauro è stato lungo e complesso, in particolare per la difficoltà di rimuovere gli strati di intonaco sovrapposti al ciclo cinquecentesco nel corso dei secoli successivi: infatti per coprire un’immagine precedente e favorire l’aderenza dei nuovi intonaci, venivano effettuate delle picconature, che ovviamente degradavano il dipinto sottostante, ma permettevano una migliore adesione del nuovo intonaco.

Sulle pareti dipinte oggi riportate alla luce, si dispiega una elaborata decorazione pittorica nella quale la simulazione di materiali preziosi e l’illusionismo prospettico sono messi al servizio di precise esigenze iconografiche che intrecciano storia sacra e profana, secondo una concezione polifonica dello spazio. Grandi specchiature marmoree esaltano le cariatidi in bronzo dorato e inquadrano le nicchie figurate nelle quali sono disposte immagini di sculture allegoriche che rappresentano la Carità e la Sibilla. Queste figure incorniciavano le scene più grandi, delle quali sopravvive soltanto una mutila Cacciata di Adamo dal Paradiso Terreste: sulla cornice superiore si succedono una veduta marina in cui campeggia una nave con il motto biblico IN TE CONFIDO, sovrastata dalla Allegoria della Fortuna, e scene di caccia e di pellegrinaggio all’interno di un paesaggio che ricorda quello appenninico.

La scoperta acquista un valore ancora più suggestivo se si pensa alla possibile relazione con Giacomo Leopardi. I lavori di rinnovamento dell’apparato decorativo di questo ambiente che determinarono la scelta di coprire gli affreschi ritrovati furono eseguiti, infatti, soltanto nel 1841 (e dunque dopo la morte del Poeta), come annotò Monaldo Leopardi nel suo diario scrivendo: “si è restaurata la piccola sala del mio appartamento annesso alla Biblioteca”. È quindi plausibile che il Poeta abbia potuto vedere e apprezzare questi decori prima che venissero occultati.

Il recupero di questo ciclo pittorico restituisce oggi nuova luce a uno degli spazi più preziosi di Palazzo Leopardi e aggiunge un tassello inatteso alla conoscenza della dimora recanatese. La nuova Sala degli Antichi, figlia di questa scoperta, rappresenta ora un ulteriore motivo di interesse per studiosi, visitatori e appassionati, rinnovando il dialogo tra memoria, arte e identità in uno dei luoghi più emblematici della cultura italiana.
Questi ritrovamenti pittorici sono dedicati al conte Vanni Leopardi.

NOTE DI APPROFONDIMENTO

CASA LEOPARDI
Casa Leopardi è l’antica residenza della famiglia Leopardi, luogo di nascita del Poeta recanatese, e tuttora luogo vivo e abitato dai suoi discendenti. Il palazzo risale al XIII secolo e ricopre un’area di circa 4000 metri quadrati, offrendo un percorso di visita che si sviluppa su tre piani.

Il primo piano ospita la Biblioteca, in cui il genio di Giacomo Leopardi si è formato, grazie all’opera di Monaldo, padre del Poeta che, fin dall’adolescenza, iniziò a raccogliere libri riuscendo a costituire, in un tempo relativamente breve, un patrimonio librario eccezionale per l’epoca. La collocazione dei circa 20.000 volumi che compongono la raccolta è rimasta invariata sin dal momento del suo allestimento, come attestano le schede di catalogazione compilate da Monaldo e dai suoi figli. L’idea di Monaldo di dar vita, nel 1812, a una biblioteca per i suoi figli si ampliò al punto da spingerlo ad aprire la sua “libreria” anche agli amici e, soprattutto, ai cittadini recanatesi, come recita la lapide ancora conservata nella seconda sala dell’attuale percorso di visita.
Giacomo Leopardi, nella sua prima gioventù e nei sette anni di studio che egli definì “matto e disperatissimo”, riuscì a leggere gran parte dei testi allora a sua disposizione nella biblioteca paterna che andava progressivamente costituendosi.

Accedendo al piano nobile, aperto al pubblico per la prima volta nel 2020,
è possibile visitare il percorso “Ove Abitai Fanciullo” che consente l’accesso ai saloni di rappresentanza del Palazzo, alle collezioni di Monaldo e alla grande quadreria.
Attraversando il giardino che ispirò gli immortali versi de Le ricordanze, si accede agli appartamenti dei giovani fratelli Leopardi: dal salottino in cui si intrattenevano, fino alla camera privata di Giacomo; qui il Poeta osservava dalle finestre l’amata luna, le “vaghe stelle dell’Orsa” e ascoltava il canto di Nerina.

Al piano terra il “Museo Leopardi” raccoglie un corposo patrimonio di oggetti, documenti, scritti e ricordi appartenuti a Giacomo Leopardi e alla sua famiglia, tra cui la culla e l’abito di battesimo dello stesso Giacomo.