352 nomi, 24 assenze: a Recanati la memoria degli IMI torna alle famiglie

RECANATI – Prima dei convegni, prima delle targhe, prima delle divise e delle medaglie, ci sono i nomi. E dietro quei nomi ci sono le famiglie. Sono state proprio loro le vere protagoniste della Giornata dedicata agli Internati Militari Italiani promossa domenica 20 settembre a Recanati dall’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci – Federazione Provinciale di Macerata, con la collaborazione e il patrocinio dell’Amministrazione comunale. Famiglie che per oltre ottant’anni hanno conservato fotografie, lettere, racconti, silenzi; le stesse che al Teatro Lauro Rossi di Macerata, sono tornate al centro della cerimonia istituzionale per la consegna delle Medaglie d’Onore.

È forse questo il risultato più importante dell’iniziativa recanatese: aver fatto uscire gli IMI dalla dimensione astratta dei numeri per riconsegnarli alla comunità come uomini, soldati, padri, figli e nonni.

A testimoniarne il carattere tutt’altro che rituale è stata innanzitutto la composizione della sala. Accanto al sindaco Emanuele Pepa, al vicesindaco Roberto Bartomeoli, all’assessore alla Cultura Ettore Pelati, a numerosi assessori e consiglieri comunali, erano presenti illustri rappresentanti del Comando Militare Esercito Marche, dell’associazionismo combattentistico e d’Arma, dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare, dell’ANEI, i labari i presidenti e i soci di alcune sezioni dell’ dell’Associazione Arma Aeronautica, dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, dell’ANCR e di altre realtà del territorio.

Ma soprattutto c’erano loro: i familiari.

Tra essi discendenti di Internati Militari come Secondo Berdini, Giuseppe Gaetti, Amedeo Principi e rappresentanti di famiglie nelle quali la storia dell’8 settembre continua a essere una vicenda domestica prima ancora che materia di libri. Una presenza particolarmente significativa è stata quella di Graziano Federici, presidente della Federazione provinciale ANCR di Ancona, figlio di Arduino Federici: fante della Divisione “Acqui”, reduce di Cefalonia, tra quei militari che nel settembre 1943 scelsero di resistere ai tedeschi pagando quella scelta a un prezzo altissimo.

Una pluralità di storie che ha dato immediatamente la misura del senso dell’incontro: non un convegno per addetti ai lavori, ma una comunità convocata intorno alla propria memoria.

Ad aprire il pomeriggio sono stati i saluti istituzionali del vicesindaco Roberto Bartomeoli e dell’assessore alla Cultura Ettore Pelati, che hanno ribadito l’impegno dell’Amministrazione recanatese nel percorso intrapreso per restituire identità e riconoscimento ai propri concittadini internati dopo l’8 settembre 1943. Non una ricorrenza occasionale, ma grazie alla ricerca documentaria del Nastro Azzurro, la ricostruzione dei nominativi, il coinvolgimento delle famiglie, la collocazione della targa commemorativa e l’avvio delle procedure per il conferimento delle Medaglie d’Onore.

Il presidente della Federazione provinciale di Macerata ANCR Albino Mataloni membro della Giunta Esecutiva nazionale ha ringraziato tutti i presenti, mentre a tracciare i contorni quantitativi e simbolici è stato quindi Mauro Radici, presidente della Sezione ANCR di Macerata e Coordinatore regionale Marche dell’Associazione, con l’intervento “Il coraggio di dire NO degli IMI: combattenti senza armi”. Al centro, alcuni capisaldi indispensabili per comprendere la specificità della loro vicenda: il trauma dell’8 settembre 1943; la cattura e il disarmo di centinaia di migliaia di militari italiani; la decisione tedesca di sottrarli allo status ordinario di prigionieri di guerra classificandoli come Italienische Militärinternierte; le ripetute possibilità offerte loro di aderire alle forze tedesche o alla Repubblica Sociale Italiana; soprattutto, quel NO pronunciato dalla grande maggioranza e pagato con lager, fame, lavoro coatto, malattie e, per molti, con la vita.

Un NO che rappresenta una forma peculiare della Resistenza italiana: militare nell’origine, disarmata nelle condizioni, morale e civile nella scelta. Radici ha richiamato, dati e date alla mano, il lungo vuoto di rappresentazione che ha accompagnato gli IMI nella memoria pubblica italiana. Una vicenda conosciuta dagli studiosi e custodita nelle famiglie, ma rimasta per decenni molto meno riconoscibile nello spazio della public history rispetto ad altre componenti della Resistenza e della Guerra di Liberazione. Non per contrapporre memorie, ma per chiedere finalmente che anche questa abbia piena autonomia, dignità e visibilità.

Da qui il significato particolare della presenza del Comm. Rossano Corradetti, ospite d’onore della giornata e protagonista di quel lungo percorso civile che, attraverso la petizione presentata al Senato, ha contribuito a portare all’istituzione della Giornata nazionale dedicata agli Internati Militari Italiani. Nel suo intervento Corradetti ha restituito il valore di una battaglia condotta affinché quella memoria familiare potesse diventare finalmente riconoscimento pubblico dello Stato: il passaggio dalla storia custodita negli archivi (specie tedeschi) alla storia riconosciuta dalla Repubblica.

Profondamente personale è stato poi l’intervento della professoressa Amneris Ulderigi, che attraverso la narrazione della vicenda del padre Calizio, Internato Militare Italiano, ha riportato il racconto alla dimensione più intima: quella dei reduci che tornarono portando con sé esperienze spesso difficili da raccontare e dei figli che, negli anni, ne hanno raccolto frammenti, reticenze, parole e silenzi. Addirittura restituendoli attraverso forme d’arte.

È qui che l’incontro ha cambiato registro. Sul grande schermo accanto alla divisa dell’internamento di un ufficiale del 3° Reggimento Granatieri di Sardegna, hanno cominciato a scorrere 352 nomi.

Trecentocinquantadue recanatesi ricostruiti attraverso il lavoro documentario; non più una cifra generica, ma un elenco di persone appartenute alle stesse vie, famiglie e contrade della città. Accanto a essi, un dato che ha restituito immediatamente la dimensione della tragedia: 24 di quegli uomini non tornarono. La proiezione dei nomi ha rappresentato uno dei momenti più intensi dell’intero pomeriggio. Per molti presenti, quei cognomi non appartenevano alla storia nazionale in senso astratto: erano il proprio cognome.

Il lavoro paziente della ricerca è stato quindi raccontato attraverso l’intervista al Cav. Mario Barbera Borroni, protagonista da anni di un’estesa ricognizione provinciale sugli Internati Militari Italiani attraverso fogli matricolari, archivi e testimonianze. Dalle sue ricerche è emersa anche una vicenda capace, da sola, di spiegare cosa potesse significare per un militare italiano continuare a dire NO dopo l’8 settembre: quella del bersagliere Edmondo Brunellini, ufficiale del 2° Reggimento Bersaglieri. Dopo lo sfaldamento del reparto, la Bandiera di Guerra del Reggimento non venne consegnata ai tedeschi: fu divisa in lembi e affidata a 13 altri ufficiali perché la custodissero. Brunellini conservò il proprio frammento durante la prigionia, nascondendolo e proteggendolo nei lager fino al ritorno in Italia, contribuendo successivamente alla ricomposizione della Bandiera, che ora è esposta a Roma, al Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate del Vittoriano. Una storia nella storia: quando non era più possibile difendere un territorio, si continuava a difendere un simbolo, e con esso un giuramento.

Il consigliere comunale Michele Brizi ha quindi ripercorso il lavoro svolto sul territorio per raggiungere i discendenti, ricostruire genealogie e mettere in comunicazione l’Amministrazione con le famiglie. Un’attività che ha dimostrato quanto la ricerca storica possa diventare azione civile quando dagli archivi torna alle persone alle quali quei documenti appartengono. È proprio questo coinvolgimento che ha dato alla giornata il suo carattere più originale.

ANCR non ha voluto costruire una celebrazione chiusa, né rivendicare una memoria esclusiva. Ha svolto piuttosto quella funzione che appartiene alla sua storia: mettere in relazione famiglie, istituzioni, associazioni, ricercatori, Forze Armate e comunità locale, facendo emergere documenti e testimonianze e restituendoli allo spazio pubblico.

La parte conclusiva dell’incontro è stata affidata alle immagini e alla musica. Con “Obiettivo nei lager”, le fotografie clandestine realizzate dall’IMI Vittorio Vialli hanno accompagnato le parole di Giovannino Guareschi, anch’egli Internato Militare Italiano. In un “Oceano” di volti scavati, baracche, reticolati, attese, fame, ironia come estrema forma di difesa dell’uomo: per alcuni minuti non è stato più necessario spiegare cosa fosse un lager per militari italiani. Lo hanno fatto le fotografie di chi vi era dentro e le parole di chi quella prigionia l’aveva vissuta.

Dall’Aula Magna la memoria si è quindi trasferita all’esterno, davanti alla targa dedicata agli Internati Militari Italiani di Recanati, per il momento più propriamente istituzionale della giornata. Alla presenza delle autorità, delle rappresentanze militari e associative, dei Labari e soprattutto delle famiglie, è stata deposta la corona commemorativa. Il Canto degli Itaiani, gli onori e le note del Silenzio hanno restituito alla cerimonia la sua essenzialità: nessuna retorica necessaria, soltanto nomi, simboli e riconoscenza. Una conclusione che ha ricondotto tutto al punto dal quale si era partiti.

Gli IMI non chiedono oggi di sottrarre spazio ad altre memorie della Resistenza e della Liberazione. Chiedono semplicemente di non essere nuovamente assorbiti, confusi o lasciati ai margini. La giornata di Recanati ha dimostrato che esiste un’altra strada: fare rete senza costruire gerarchie della memoria. Ed è forse proprio questo il risultato più importante ottenuto dall’ANCR: avere sollecitato una rete civica, istituzionale e associativa nella quale ciascuno ha portato la propria competenza, ma nella quale i veri protagonisti sono rimasti coloro ai quali quella storia appartiene per eredità diretta.

Le famiglie.

Domenica erano nell’Aula Magna di Recanati ad ascoltare i nomi dei loro padri e dei loro nonni. Poi di nuovo al Teatro Lauro Rossi, chiamate dallo Stato a ricevere le Medaglie d’Onore. Venerdì 25 al Sacrario Militare della Provincia di Macerata, per una S. Messa dedicata agli IMI. Tra questi due momenti c’è qualcosa di più di una commemorazione: c’è una memoria che, dopo troppo tempo, sta finalmente tornando a casa.